Una degustazione sull’Etna con i vini Vivera


Correva l’anno 2002 e a quel tempo i vini dell’Etna erano considerati buoni vini e nulla più. Il Nerello Mascalese veniva apprezzato dalle popolazioni indigene e da pochissimi intenditori e amanti del buon bere.

In quell’anno Nino Vivera acquistò 12 ettari di roccia vulcanica alle porte di Linguaglossa. Erano terreni all’apparenza ingrati, da tempo abbandonati, dove la facevano da padrone grovigli di rovi e pochi altri arbusti frugali e spontanei. Stringendo con la mano quella terra, annusandola e chiudendo gli occhi, Nino ci vide un rigoglioso vigneto formato da quelle viti che in quella terra potevano dare il meglio di sé. Contemporaneamente capì che la mano sapiente dell’uomo, purché rispettoso dei cicli della natura e delle caratteristiche dl territorio, poteva ricavare vini che finalmente la gente avrebbe apprezzato e lodato. Iniziò quindi un duro lavoro di bonifica per ricavare da quelle rocce un terreno capace di far rivivere la vigna; impiantò il Nerello Mascalese e il Cappuccio, si mise alla frenetica ricerca del vero Carricante e quando lo trovò lo innestò con cura e amore. Era affiancato dai giovani figli Omar, Eugenio e Loredana e poteva contare su anni di esperienza che aveva maturato sulla coltivazione del Cabernet, Nero d’Avola, Chardonnay, Catarratto e Insolia a 500 metri in agro di Corleone, e della Tonda Iblea” a Chiaramonte Gulfi.

Oggi in quei terreni, sorge una moderna cantina (foto sopra), gestita con un ordine e una pulizia maniacali, dove vengono coccolati, con aggiornatissime attrezzature anche computerizzate, le uve, i mosti, i vini sotto la cura della giovane enologa Irene Vaccarocorroborata dai consigli di Giovanni di Mastrogiovanni, l’enologo del più famoso rosato italiano: il Five Roses di Leone De Castris. Eugenio Vivera (foto sotto) si occupa principalmente di seguire il vigneto, curato con metodologie biologiche, mentre la sorella Loredana segue la cantina.

Il primo anno di imbottigliamento è stato il 2008 con 40.000 esemplari, che nel 2010 sono diventate 120.000. Il banale segreto dei loro vini: cura nel vigneto, basse produzioni, massima delicatezza nel trattare le uve, pressatura soffice, sapienza in cantina, filtrazione leggera, uso di solfiti limitato all’essenziale. In cantina per ogni serbatoio refrigerato, i vini delle varie particelle, anche della stessa varietà, vengono separate per seguirne al meglio le differenti evoluzioni.

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